Parte III , pensiero urbano e pensiero rurale
1 dicembre 2009 – 13:20
Esiste su tutte queste cose un pensiero urbano e uno contadino ( e questa distinzione la rubo a Saverio Petrilli ). Il pensiero urbano assolutizza e radicalizza le scelte, ha un approccio ideologico e manicheo, bianco o nero, prima era il vino perfetto, lucente nella sua nera sulfurea profondità, levigato a specchio nella sua tensione alla perfezione, al Vino con la V maiuscola, il vino di serie A; ora dovrebbe essere da vigne vecchissime biodinamiche dove anche rame e zolfo sono banditi, prodotto in caverne a 20 metri di profondità senza aggiunta di solforosa, lieviti naturali, affinato in anfora e da questa direttamente in bottiglia senza collaggio né filtrazione e acquistabile a meno di 10 euro la bottiglia, serve altro?
Il pensiero contadino media tutti i giorni le sue idee con la sua esperienza, con la conoscenza dei processi, con la paura di vedersi scomparire da sotto gli occhi il frutto del lavoro di un anno, soffre tutti i giorni di pioggia in primavera, prega per l’acqua a luglio ed agosto, corre in vigna dopo tutte le piogge autunnali con l’uva ancora in pianta, lotta con le malattie della vite e se la vigna non regge, dopo i passaggi con il latte scremato, l’equiseto o la propoli, tira fuori rame e zolfo e tratta; se l’uva pigiata non è in condizione ottimale un po’ di zolfo lo aggiunge, se la fermentazione stenta aggiunge un po’ di nutrimento, se si blocca aggiunge i bayanus, vinifica nella cantina che gli ha lasciato il nonno o in quella che può permettersi. Ha scelto questo lavoro, ama la sua vigna, la sua uva, il suo vino e li rispetta, quindi usa questi rimedi come ultima ratio, esperisce tutto il possibile prima di ricorrervi, ma non butta via il frutto del lavoro in nome di un’ideologia che non gli appartiene. E se lo facesse non sarebbe un eroe: sarebbe patologico.
Il contadino beve il suo vino, il vino è il suo orgoglio, cura con diligenza tutte le fasi del lavoro perché diventi nel bicchiere l’ambasciatore della sua terra, della sua uva, della sua cultura mette tutta la sua sensibilità e la sua intelligenza nel suo lavoro per ottenere il miglior risultato possibile, non esiste la vendemmia perfetta, ognuna deve essere la massima espressione dell’annata.


